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Appalti, l’Italia ingrana la retromarcia

Molto rumore per nulla, per citare Shakespeare. Oppure, se preferite un riferimento nostrano, il classico gattopardesco del “tutto cambia affinché nulla cambi“. Sembra proprio questo lo scenario che sta vivendo il mondo degli appalti in Italia, che sembra aver ingranato nuovamente la retromarcia.

Le parole di Cantone

È proprio questo il termine utilizzato da Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, nel corso di una intervista televisiva con Giovanni Minoli in riferimento a quanto è successo (e sta succedendo) con il nuovo Codice degli Appalti. Quella che doveva essere una “rivoluzione copernicana“, in grado di eliminare le storture del settore e di contrastare gli illeciti, rischia infatti di trasformarsi in una ennesima occasione persa per imprese e pubblica amministrazione.

Addio rivoluzione?

I primi segnali negativi arrivarono, per la verità, già nella fase di approvazione del Codice: come raccontato con puntualità dal giornale degli appalti, Appaltitalia, rispetto alle bozze preventive il Decreto Legge definitivo aveva mitigato l’impatto “rivoluzionario”, ammorbidendo alcune posizioni come quella sull’addio al criterio del massimo ribasso, poi confermato.

Italia in retromarcia

Secondo Cantone, però, il processo di correzione del Codice ha addirittura peggiorato le cose, al punto che è stata fatta una “si è fatta retromarcia su molte cose e non si è data la possibilità di attuare” a pieno la riforma, che nelle sue intenzioni era comunque “buona”. Questo “di andare avanti e indietro è un classico del nostro Paese. E ci sono tante opere incompiute. Il problema vero è che qualcuno ha pensato che bisogna consentire di realizzare opere pubbliche per smuovere l’economia ma non perché servano davvero. E non smuovono nulla“, sintetizza con amarezza l’ex pm napoletano.

Ridimensionati i poteri dell’Anac

Ad aumentare il senso di delusione del presidente dell’Anac è stato con ogni probabilità anche il “pasticcio” relativo alla prima versione delle disposizione integrative e correttive al nuovo codice approvate dal Consiglio dei Ministri: in maniera tanto sorprendente quanto improvvisa, infatti, queste nuove norme hanno di fatto cancellato i poteri che consentivano all’Authority Anticorruzione di intervenire nei casi di irregolarità senza aspettare il giudice ordinario imponendo il ritiro in autotutela di un atto, possibilità prevista invece dalla legge entrata in vigore nell’aprile 2016 in casi di assoluta gravità e di conclamata illegittimità.

Nessun colpo di spugna per Gentiloni

Un vero e proprio colpo di spugna sui poteri dell’Anac, che doveva essere il cardine intorno a cui assicurare la trasparenza complessiva del sistema di bandi e gare emesse dalla pubblica amministrazione nel nostro Paese. Eppure, stando a quanto dichiarato dal Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, non c’è “nessuna volontà politica di ridimensionare” il ruolo di Cantone e della sua Agenzia: in pratica, il “codicillo” malevolo che è stato introdotto nel correttivo è da considerarsi un errore, e lo stesso Gentiloni ha assicurato in modo solenne che vi “sarà posto rimedio già in sede di conversione del Dec e in maniera inequivocabile”.

Il paese di Masaniello

Una rassicurazione che pare aver tranquillizzato almeno in parte Cantone, che comunque guarda con attenzione agli sviluppi futuri e non manca di lanciare stoccate: al termine dell’intervista andata in onda su La7, infatti, il presidente dell’Anac ha raccontato la sua ricetta di antidoto a tutte le beghe politiche e ai vari intrallazzi, ovvero “la normalità e la famiglia”, che sono la sua sola ancora di salvezza rispetto a una Italia che continua a essere il “paese di Masaniello”, come ha chiosato Raffaele Cantone.

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